
Il sito si arricchisce di una nuova collaborazione, finalizzata proprio a discutere di problematiche e prospettive di una specifica zona del profondo Nordest.
Ci piace molto la definizione che questa persona dà di se stesso, “Torquemada da strapazzo” e il suo conseguente soprannome, Torsazzo.
Singolare l’ironia associata a una figura storica e spietata che però rappresenta anche uno dei massimi simboli contro l’ipocrisia, combattuta da Torquemada con estrema ferocia.
D’altronde le piccole rivoluzioni sono sempre nate nelle periferie e chissà che Torsazzo, pur con quella sua educazione che un po’ irrita la nostra ciurma brutta, sporca, cattiva e casinista, non accenda la miccia di qualche fuoco d’artificio.
ELENCO INTERVENTI
- 18 gennaio 2026 – Piccolo paese, grandi visioni
- 19 gennaio 2026 – Flash Memory da Sesto al Reghena
- 21 gennaio 2026 – Sul ripristino delle province
- 22 gennaio 2026 – Sulla riforma elettorale nazionale
- 24 gennaio 2026 – Partecipazione e senso civico
- 25 gennaio 2026 – Perché abolire la tessera elettorale
- 27 gennaio 2026 – Al di là del fiume, in altra provincia
- 30 gennaio 2026 – Ius Scholae: distanziarsi o aggregarsi
- 01 febbraio 2026 – Torre restaurata, borgo nobilitato
- 05 febbraio 2026 – Longoverno delendum est
- 10 febbraio 2026 – Olimpiadi sì, Olimpiadi no
- 14 febbraio 2026 – Pensierino per San Valentino
- 19 febbraio 2026 – Il diavoletto nell’urna
- 26 febbraio 2026 – Passeggiando sul ponte che stona
- 09 marzo 2026 – San Francesco, discepoli ed eredità
- 24 marzo 2026 – L’ultima parola
- 11 aprile 2026 – Non tutti meritano le buone maniere
- 25 aprile 2026 – La Resistenza silenziosa
- 10 giugno 2026 – Mondiali 2026, Italia protagonista
- 09 agosto 2026 – Ci serve riduzione
18 gennaio 2026
(Piccolo paese, grandi visioni)
SESTO AL REGHENA: 2026, l’anno della verità?
Il nuovo anno amministrativo a Sesto al Reghena
Mentre la maggioranza di Zaida Franceschetti blinda le proprie posizioni, l’opposizione appare ancora sfuocata.
Per capire il presente, però, bisogna guardare al “terremoto elettorale” del giugno 2024.
Non è stato solo una vittoria della nuova lista civica, ma una vera e propria debacle della vecchia guardia. Una maggioranza uscente frammentata, orfana di un Sindaco candidato, senza successo alle regionali, ha consegnato le chiavi del Comune agli avversari.
A pesare come macigni sono state le scelte che hanno dirottato il baricentro verso Bagnarola, lasciando Sesto, Marignana e Ramuscello a recitare un ruolo secondario.
La “rivolta delle urne” non è nata dal nulla: è stata la risposta forte a decisioni figlie di un municipalismo sproporzionato.
La chiusura delle scuole, a Sesto e a Ramuscello, e il contestato trasferimento dei Vigili Urbani sono stati percepiti come uno schiaffo al capoluogo, un impoverimento dei servizi non compensato nelle frazioni.
Oggi, a un anno e mezzo dal cambio della guardia, la nuova amministrazione sembra aver colmato il gap di esperienza con una buona dose di pragmatismo.
I numeri sono incoraggianti: le sette nuove aperture commerciali nel 2025 sono una boccata d’ossigeno dopo anni di apnea, e il dinamismo su turismo e cultura restituisce finalmente dignità a uno dei borghi più belli d’Italia.
Ma la vera partita inizia adesso.
Con il varo del Piano Triennale delle Opere Pubbliche 2026-2028, la giunta
Franceschetti è chiamata alla prova del fuoco. La parola chiave deve essere “metodo”: basta con il distacco siderale dai cittadini che portò i predecessori ad ammettere che “la gente si era stufata”.
Sesto al Reghena non pretende miracoli, ma competenza e, soprattutto, amministratori pronti ad ascoltare.
È davvero chiedere troppo?
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19 gennaio 2026
(Flash Memory da Sesto al Reghena)
Analisi del voto amministrativo: 8 – 9 giugno 2024
Umori diversi nei due schieramenti, quello del candidato sindaco Zaida Franceschetti e del suo omologo Marco Luchin.
A risultati acquisiti per le elezioni comunali a Sesto al Reghena la Franceschetti celebra un 61,55 per cento che vale il primo posto.
Un 2026 di sfide tra eredità e rinnovamento
È iniziato un nuovo anno per Sesto al Reghena, ma i contorni politici restano fluidi. Se la nuova maggioranza guidata da Zaida Franceschetti prova a consolidare il suo percorso, l’opposizione fatica ancora a trovare un ruolo propositivo che sia di vero stimolo.
Nuova vita per l’ex Centro Diurno di Casette
Un ponte verso l’autonomia per i disabili anziani
Un segno di speranza e di concreta attenzione verso le fragilità emerge da una recente decisione della Giunta Comunale di Sesto al Reghena. L’Amministrazione ha infatti dato il via libera al progetto di recupero dell’edificio ex “Centro Diurno/Progetto P.O.N.T.E.” di Casette, destinato a trasformarsi in una struttura innovativa di “abitare inclusivo”.
Un problema sempre più attuale
Quale futuro per l’ex scuola “Dante Alighieri” di Sesto?
La comunità attende risposta entro il 2026
Colpisce la testimonianza di chi sottolinea come la chiusura della scuola abbia avuto un impatto diretto sul tessuto sociale ed economico del paese: «Senza una scuola, un paese è destinato a impoverirsi».
A quando la rotonda di via Circonvallazione?
Intanto ogni giorno si sfiora l’incidente
Da anni a Sesto al Reghena si parla della necessità di mettere in sicurezza uno dei punti più critici della viabilità del capoluogo: l’incrocio tra via Giai, via Circonvallazione e viale degli Olmi, insieme alla realizzazione della pista ciclabile di collegamento con l’intersezione tra via Levada, via Circonval-lazione e via Zanardini (S.P. 28 “del Reghena”). Un progetto che, pur essendo al centro del dibattito da molto tempo, continua a essere rinviato.
Sicurezza condivisa
Sesto, Cordovado e Morsano insieme per un rinnovato comando di Polizia Locale: fare squadra per garantire più sicurezza e servizi migliori ai cittadini.
Uno dei Borghi più belli d’Italia
Il cimitero come specchio di un paese
Fa male all’immagine di Sesto, uno dei Borghi più belli d’Italia grazie al suo centro storico primario, sentire i commenti negativi dei visitatori che si recano in cimitero.
Cantina di Ramuscello Un sostegno economico alla Comunità di Sant’Egidio
Consegnati, a Roma, 5.000 euro per il progetto dei corridoi umanitari.
Località CASETTE Tra malcontento e prospettive istituzionali
Casette, comunità dimenticata? Gli abitanti chiedono più attenzione
Sullo sfondo la possibilità di un referendum per il passaggio al Comune di Cordovado.
SESTO AL REGHENA e i suoi riti La comunità ha celebrato la Festa del Ringraziamento
Fede, gratitudine e territorio uniti attorno agli agricoltori
È stata una giornata, domenica 23 novembre 2025 a Sesto al Reghena, intensa e molto partecipata quella della Festa del Ringraziamento, appuntamento che da generazioni unisce il mondo agricolo, le famiglie e le istituzioni in un momento carico di significato, capace di rinnovarsi ogni anno pur nel solco della tradizione.
CONSULTA DEI GIOVANI
Il protagonismo giovanile muove i primi passi ufficiali a Sesto al Reghena
Lunedì 12 gennaio 2026 la sala consiliare del Municipio ha ospitato il debutto operativo della neonata Consulta dei Giovani, l’organismo fortemente voluto dall’amministrazione per dare voce e spazio propositivo alla fascia d’età compresa tra i 14 e i 30 anni.
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21 gennaio 2026
(Sul ripristino delle province)
PROVINCE: RIPRISTINO INCOERENTE CON REALTÀ DEL FRIULI –
UN PASSO INDIETRO
La modifica dello Statuto della Regione Friuli Venezia Giulia che, di fatto, reintroduce le Province, è profondamente sbagliata nell’impianto, ma anche del tutto incoerente con la realtà demografica e amministrativa del nostro territorio.
Prevedere quattro Province per un’area che conta poco più di un milione e 200mila abitanti significa ignorare il calo demografico e moltiplicare le strutture senza una reale necessità funzionale.
Questi nuovi enti presuppongono inevitabilmente ulteriori costi di funzionamento, rischiando concretamente di trasformarsi in contenitori vuoti soprattutto a fronte della cronica carenza di personale amministrativo che, già oggi, mette in difficoltà i nostri enti locali.
Infatti, dopo non aver fatto nulla in termini di organizzazione degli enti locali,
peggiorando la situazione dei Comuni, in particolare di quelli più piccoli, si pensa di offrire una falsa soluzione con il ritorno degli enti intermedi a fronte della preoccupante carenza di personale nei Comuni e il miliardo di euro per opere pubbliche fermo nelle casse dei municipi.
Si aiutino di più i Comuni, alle prese con enormi problemi di personale, da oggi
con il rischio che l’istituzione delle Province svuoti ancora di più gli organici degli enti locali.
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22 gennaio 2026
(Sulla riforma elettorale nazionale)
Legge elettorale per l’elezione della Camera dei Deputati
e del Senato della Repubblica – Prospettive di Riforma
Attualmente, la disciplina per l’elezione della Camera dei deputati e del
Senato della Repubblica è regolata dalla Legge 165/2017 (Rosatellum) ma è
oggetto di un importante dibattito e di procedimenti di riforma legati al
cosiddetto “Premierato”.
- Sistema Elettorale Vigente (Rosatellum)
Attualmente vige un sistema misto applicato sia alla Camera che al Senato:
• Maggioritario (3/8 dei seggi): 147 deputati e 74 senatori sono eletti in
collegi uninominali (vince chi ottiene più voti).
• Proporzionale (5/8 dei seggi): I restanti seggi (245 alla Camera, 122 al
Senato) sono assegnati tramite listini bloccati in collegi plurinominali, con
soglie di sbarramento al 3% per le singole liste e al 10% per le coalizioni.
• Estero: 8 deputati e 4 senatori sono eletti nella circoscrizione Estero.
• Composizione: A seguito della riforma costituzionale del 2020, il numero
totale di parlamentari è stato ridotto a 400 deputati e 200 senatori. - Prospettive di Riforma
Il governo sta portando avanti una riforma costituzionale per l’elezione diretta del Presidente del Consiglio (Premierato):
• Iter parlamentare: Dopo il via libera del Senato a giugno 2024, il disegno
di legge è in esame alla Camera. La discussione in aula è prevista per
l’inizio del 2026, con un possibile referendum confermativo successivo.
• Obiettivo: Garantire una maggioranza parlamentare stabile (premio del
55% dei seggi) collegata al candidato premier eletto direttamente dai
cittadini.
• Possibili modifiche al Rosatellum: Recentemente, la maggioranza di
centrodestra ha discusso ipotesi di modifica della legge elettorale per
eliminare o ridurre i collegi uninominali, orientandosi verso un modello
ispirato alle elezioni regionali (proporzionale con premio di maggioranza). - Altre novità recenti
• Elettorato attivo al Senato: È stata completata l’unificazione dell’elettorato
attivo: ora anche i cittadini di 18 anni possono votare per il Senato,
eliminando la precedente soglia dei 25 anni.
• Consultazioni: È stato approvato il prolungamento delle operazioni di voto
(anche il lunedì) per le consultazioni elettorali e referendarie del 2025.
Per monitorare lo stato di avanzamento dei disegni di legge, è possibile
consultare i siti ufficiali del Senato della Repubblica e della Camera dei
Deputati.
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24 gennaio 2026
(Partecipazione e senso civico)
| God grant me the serenity to accept the things I cannot change, courage to change the things I can, and the wisdom to know the difference, living one day at a time; enjoying one moment at a time; taking this world as it is and not as I would have it; trusting that You will make all things right if I surrender to Your will; so that I may be reasonably happy in this life and supremely happy with You forever in the next. Amen ________________ Reinhold Niebuhr | Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso cambiare e la saggezza di riconoscere la differenza, vivendo un giorno alla volta, godendomi un momento alla volta, accettando questo mondo così com’è e non come vorrei che fosse, confidando che Tu sistemerai ogni cosa se mi abbandonerò alla Tua volontà, affinché io possa essere ragionevolmente felice in questa vita ed estremamente felice con Te per sempre nella prossima. |
La partecipazione non è solo un esercizio democratico ma uno strumento di efficienza amministrativa.
Coinvolgere i cittadini permette di migliorare la qualità decisionale grazie alla conoscenza capillare dei bisogni reali (“sapere contestuale”).
Le decisioni condivise riducono i conflitti in fase di attuazione.
Come previsto dall’Articolo 118 della Costituzione Italiana, è essenziale favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale.
Purtroppo il dialogo tra Pubblica Amministrazione (PA) e collettività è spesso ostacolato da mancanza di personale, budget ridotti per la comunicazione e sovraccarico di impegni per gli amministratori.
Inoltre l’uso del “burocratese” agisce come una barriera all’ingresso, escludendo chi non possiede competenze tecniche.
Anche la percezione di opacità o favoritismi alimenta il disincanto verso la cosa pubblica.
Relativamente al senso civico esiste un problema culturale profondo definibile come “senso civico fai-da-te“.
Le regole non sono viste come protezione del bene comune, ma come intralci da eludere.
Ancora, se il cittadino onesto non vede premiata la virtù o sanzionato l’illecito, tende a ritirarsi nel privato, trasformando il bene pubblico in “terra di nessuno”.
Ma, nonostante le criticità, emerge una trasformazione positiva.
Infatti, temi come l’ambiente e la lotta allo spreco stanno rinvigorendo il senso di responsabilità collettiva. Infine, strumenti concernente la “Trasparenza”, che si trovano aprendo i siti degli enti pubblici possono ridurre il divario
burocratico.
Per rompere il circolo vizioso tra sfiducia e inefficienza, è necessario un patto
di corresponsabilità.
La PA deve semplificare i propri linguaggi e processi, mentre i cittadini devono riscoprire che la cura del bene comune è la miglior forma di tutela del
proprio interesse privato.
La partecipazione non deve essere un evento sporadico, ma una
pratica quotidiana di cittadinanza attiva.
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25 gennaio 2026
(Perché abolire la tessera elettorale)
Il dibattito sull’abolizione della tessera elettorale cartacea, che da anni accompagna il processo di voto in Italia, potrebbe sembrare una questione puramente tecnica ma nasconde invece una riflessione più profonda, che riguarda la capacità di rispondere alle esigenze di una società sempre più moderna e digitale.
L’introduzione della tessera elettorale nel 2000, con il D.P.R. n. 299 dell’8 settembre, avrebbe dovuto semplificare il sistema elettorale e risolvere alcuni problemi legati al certificato elettorale ma, a distanza di anni, gli stessi problemi sono emersi con maggiore forza, rivelando i limiti dell’attuale sistema.
Il certificato elettorale: un sistema più semplice ed efficace?
Nel confronto con la tessera elettorale, il certificato elettorale si è rivelato uno
strumento più semplice ed efficace, come dimostrato dall’esperienza di altri Paesi, come la Spagna, che continuano a utilizzare con successo il sistema del certificato.
Sebbene questo comportasse un maggiore impegno per la stampa e la notifica dei documenti, il suo utilizzo era più diretto e meno soggetto agli inconvenienti legati alla tessera, come lo smarrimento o l’obsolescenza dei dati in essa contenuti.
Tuttavia l’utilizzo del solo documento di identificazione potrebbe risolvere molti dei problemi legati alla tessera elettorale.
Infatti, i seggi elettorali ricevono già un elenco degli aventi diritto al voto (liste sezionali) e basarsi solo sul documento di identità potrebbe semplificare notevolmente le operazioni di voto, riducendo i costi e le complessità amministrative.
Le soluzioni proposte: un sistema più snello e moderno
La proposta di abolire la tessera elettorale e di passare a un sistema basato
esclusivamente sul documento di identità presenta due principali sfide, che vanno affrontate per rendere il sistema efficiente e sicuro: una delle principali difficoltà da superare riguarda la comunicazione dell’ubicazione del seggio elettorale agli elettori.
Un altro aspetto che richiede una revisione è la possibilità per alcune categorie di elettori, come i componenti dei seggi elettorali o i degenti, di votare in sezioni o comuni diversi da quelli di residenza.
Questa opzione potrebbe essere gestita attraverso un sistema di certificati elettorali specifici, che permetterebbero agli elettori di votare in
un seggio differente solo previa acquisizione di un’apposita autorizzazione, con la contestuale annotazione della modifica nelle liste sezionali.
Un sistema simile è già in uso in Germania e potrebbe essere facilmente adattato alla realtà italiana.
Conclusione
L’abolizione della tessera elettorale cartacea non deve essere vista solo come una questione burocratica, ma come un’opportunità per modernizzare e semplificare i servizi, riducendo costi e tempi e migliorando l’esperienza degli elettori.
La semplificazione delle procedure potrebbe finalmente superare le inefficienze che ancora oggi affliggono il sistema elettorale italiano.
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27 gennaio 2026
(Al di là del fiume, in un’altra provincia)

Il Friuli oltre il confine: se il ritorno delle Province riaccende il sogno della «Grande Pordenone»
Il ritorno delle Province in Friuli Venezia Giulia non è soltanto un’operazione di ingegneria amministrativa o un nostalgico ritorno al passato.
Oggi, quella che sembrava una pratica burocratica per restituire competenze ai territori, sta assumendo i contorni di una sfida geopolitica locale capace di ridisegnare i confini del Nord-Est. Al centro del dibattito c’è la ricostituenda Provincia di Pordenone e uno sguardo rivolto, con rinnovato interesse, oltre il
fiume Livenza.
L’interrogativo che circola nei palazzi della politica triestina è audace: può la nuova Provincia pordenonese diventare il baricentro di un’area vasta che includa i Comuni “friulanofoni” del Veneto orientale?
Non si tratta di semplici suggestioni.
La storia, del resto, ha lasciato ferite aperte e desideri mai sopiti.
È impossibile non citare il caso emblematico di Cinto Caomaggiore: nel marzo
2006, il 91% dei cittadini votò per il passaggio al Friuli Venezia Giulia. Un plebiscito che però si infranse contro il muro della politica romana e la resistenza della Regione Veneto, decisa a non concedere centimetri di territorio alla vicina Speciale.
Oggi la storia sembra voler rimettere le lancette sull’ora del cambiamento. Markus Maurmair, consigliere regionale friulano di Fratelli d’Italia, ha rotto gli indugi annunciando la richiesta di un’audizione formale a Trieste per i rappresentanti di sette comuni veneziani: Cinto Caomaggiore, Concordia Sagittaria, Fossalta di Portogruaro, Gruaro, Portogruaro, San Michele al Tagliamento e Teglio Veneto.
La tesi di Maurmair non poggia su mire espansionistiche o su un anacronistico spirito di conquista ma su una realtà di fatto: l’identità.
Esiste una “friulanità” storica e linguistica che non si ferma ai confini amministrativi tracciati sulla carta geografica.
Per i cittadini di questi territori il Friuli non è una regione straniera ma il luogo naturale dove si intrecciano sanità, mobilità, istruzione e sviluppo economico.
Il precedente di Sappada, passata dal Veneto al Friuli nel 2017 «a furor di popolo», dimostra che la via del passaggio di Regione è stretta ma percorribile.
Tuttavia la strategia proposta oggi appare più pragmatica: usare la ricostituzione delle Province come “laboratorio” per una cooperazione rafforzata.
Se il passaggio di confine resta l’obiettivo massimo, l’integrazione dei servizi e la gestione comune delle infrastrutture rappresentano il terreno concreto su cui misurare questa nuova alleanza.
Naturalmente da Venezia i segnali sono di chiusura.
L’assessore veneto agli Enti locali ha già alzato le barricate per fermare quello che viene percepito come un «esodo».
Ma la questione politica resta: può un confine amministrativo ignorare così a lungo una volontà popolare espressa democraticamente e una continuità culturale millenaria?
La sfida lanciata da Pordenone è chiara: trasformare le aree di confine da periferie dimenticate a centri nevralgici di un nuovo modello di sviluppo.
Se il ritorno delle Province saprà essere davvero questo — un’occasione per ripensare le funzioni di area vasta in chiave moderna — allora il dialogo con la “città del Lemene” e i comuni limitrofi non è più un tabù, ma una necessità storica.
Il Friuli Venezia Giulia guarda a Ovest, consapevole che la sua autonomia si rafforza non chiudendosi nei propri uffici, ma diventando polo d’attrazione e modello di efficienza per chi, da troppo tempo, si sente friulano “fuori sede”.
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30 gennaio 2026
(Ius Scholae: distanziarsi o aggregarsi)

Mutuo, facendo sintesi, dal libro di Beppe Severgnini, “Socrate, Agata e il
futuro”.
“Lo scorso anno gli alunni con cittadinanza non italiana erano 870.000, su poco più di sette milioni, il 12 per cento del totale, quasi tutti nati in Italia da famiglie straniere.
La stragrande maggioranza è integrata, pochi i violenti e gli
incoscienti.
Conosce la consuetudine, spesso parla il dialetto. Concedere a questi
ragazzi la cittadinanza dopo un ciclo di istruzione – l’idea di fondo dello ius
scholae – non è solo giusto; è lungimirante.
Negarla significa farli sentire inferiori ai compagni di classe, ai compagni di squadra, alle amiche e agli amici.
La schizofrenia identitaria produce disastri. Ancora non lo abbiamo capito?
Non occorre inventarsi una strada: è già tracciata, basta seguirla.
Il mondo ha portato in Italia una ventata di gioventù, talenti ed energie.
Non possiamo rimanere ancorati alla legge del 1992, basata (quasi
esclusivamente, ndr) sullo ius sanguinis, che costringe ragazzi nati e cresciuti in Italia a ripetute assenza da scuola per rinnovare il permesso di soggiorno o che devono rinunciare a una gita all’estero.
Parlate con gli insegnanti: gli studenti sono più avanti di noi, per loro l’Italia è
già multietnica e multicolore. Arrendersi? Ascoltare i profeti del passato prossimo?
Vorrebbe dire accettare una società spaccata, quartieri fuorilegge, estremisti in ascesa: la Francia insegna. Non è buonismo, è buon senso.
Certo. Per chi sbaglia servono nuove norme e sanzioni. Punire con intelligenza è lungimirante; assolvere con leggerezza è disastroso ma non possiamo accettare che una piccola minoranza irresponsabile detti l’agenda nazionale in materia di immigrazione e cittadinanza.
Spaventarsi non serve, se non a portare qualche voto in più a chi, sulla paura,
investe.
Educare i figli degli immigrati alla convivenza italiana è, invece, un progetto
splendido e indispensabile”.
Non penso di dover aggiungere alcun commento, se non esprimere la totale
condivisione.
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01 febbraio 2026
(Torre restaurata, borgo nobilitato)

Il recupero di Torre Grimani, l’antico varco d’accesso al cuore storico di Sesto al Reghena, non è più solo una speranza, ma un impegno scritto nel Piano Triennale delle Opere Pubbliche.
Dopo anni di attese e polemiche per lo stato di degrado in cui versa la struttura, l’amministrazione comunale ha fissato proprio per il 2026 l’avvio del cantiere.
I numeri del progetto
L’intervento prevede un investimento complessivo di 406 mila euro, sostenuto quasi interamente da un contributo regionale di 365.400 euro. Fondi necessari non solo per l’estetica, ma per il consolidamento di un simbolo che oggi appare annerito dall’inquinamento e segnato dal tempo.
Un restauro complesso
Perché l’attesa è stata così lunga?
La risposta risiede nella natura stessa del bene.
Torre Grimani è sotto la tutela della Soprintendenza ai Beni Culturali, il che esclude interventi rapidi o superficiali.
Non basta “una pulita”: i tecnici hanno prescritto l’uso di metodi conservativi, come la pulitura a secco con rulli speciali, per rimuovere la patina scura senza intaccare le pietre originali.
Anche l’uso dell’idropulitrice, spesso invocato dai cittadini, deve essere calibrato per non causare danni irreversibili.
Il sentimento dei cittadini
Nonostante il cronoprogramma faccia ben sperare, il malumore tra i residenti e i turisti resta tangibile.
Quel “biglietto da visita” degradato è stato per troppo tempo l’immagine d’ingresso al borgo.
Con l’arrivo del 2026, la comunità si aspetta che dalle carte si passi finalmente ai fatti, chiudendo definitivamente un capitolo di incuria durato anni.
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05 febbraio 2026
(Longoverno delendum est)

In democrazia, lo diceva già Aristotele, si governa a turno.
Ecco perché nell’antica Grecia la polis rinnovava ogni anno la propria classe dirigente.
Ed ecco perché la Costituzione e le leggi pongono limiti temporali all’esercizio del potere.
Non più di due mandati consecutivi per i sindaci con oltre 5000 abitanti.
Siamo un Paese incapace di fare riforme strutturali.
Vale a tutti i livelli di governo. Anche quello locale.
Perché, soprattutto nei comuni minori, la prolungata gestione del potere porta all’immobilismo.
Sicuramente l’elezione diretta del sindaco conferisce allo stesso più potere ma a questo dovrebbe seguire la facoltà di costituire la propria giunta, composta non da consiglieri comunali ma solo da persone scelte fuori dal consiglio, per consentirgli anche maggior stabilità e governabilità.
Infatti, molto spesso, il rinvio dei problemi rispetto alla loro soluzione, per favorire gli equilibri interni tra le diverse posizioni in giunta, comporta una perdita di efficienza.
In questo modo, molte delle “grandi” scelte non vengono chiaramente definite, né concretamente attuate.
Serve uno sforzo collettivo capace di superare incrostazioni, modi vecchi di
concepire ruoli di amministrazione che usano il potere per mantenere consenso e il modo di fare opposizione che spera nell’incapacità di chi governa.
Sono concetti universali che ben si attagliano anche a molte realtà locali nelle quali, per cambiare profondamente la modalità di fare politica, forse non resta che cambiare anche le persone riducendo, (lo si è fatto per il Parlamento), nel contempo il numero di consiglieri e assessori.
Non solo per una questione di costi ma anche di funzionalità dei rispettivi consessi .
E non si venga a dire che ne soffrirebbe la rappresentatività territoriale, quando si sa benissimo che le decisioni vengono normalmente prese da pochi “intimi”.
C’è bisogno di gesti concreti per ottenere la fiducia della gente.
Per essere credibili bisogna dare dei segnali.
E, questo, potrebbe essere uno.
Perché il numero degli amministratori, in particolare degli assessori, non può essere solo funzionale al consenso politico.
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10 febbraio 2026
(Olimpiadi sì, Olimpiadi no)

Ormai il dado è tratto.
La scelta di ospitare i XXV Giochi Olimpici Invernali in Italia, con la formula diffusa Milano-Cortina 2026, rappresenta un momento di grande visibilità internazionale, ma è accompagnata da un acceso dibattito tra sostenitori del potenziale economico e critici dei costi ambientali e logistici.
Il Comitato Internazionale Olimpico (CIO) ha premiato l’Italia per la comprovata esperienza nell’organizzazione di grandi eventi sportivi e per la bellezza paesaggistica del territorio.
Si stima che, alla fine, l’evento possa generare un impatto economico complessivo tra i 5,3 e i 6,1 miliardi di euro.
Solo il Veneto dovrebbe intercettare circa 2,1 miliardi, pari all’1,17% del PIL regionale.
Progetti come il Villaggio Olimpico allo Scalo di Porta Romana a Milano sono concepiti per essere restituiti alla comunità come alloggi per studenti e spazi pubblici al termine dei Giochi.
Tuttavia, Associazioni come Legambiente hanno definito i Giochi una “occasione mancata” per la vera sostenibilità, evidenziando l’impatto prodotto dai cantieri e il rischio di perdita di milioni di tonnellate di ghiaccio.
Esperti internazionali, tra cui il Washington Post, hanno criticato l’eccessiva distanza tra le sedi di gara, che impone sfide logistiche senza precedenti. Inoltre, solo una parte delle opere previste risulta effettivamente completata.
Il budget della Fondazione è salito a 1,7 miliardi di euro rispetto alla stima iniziale di 1,5 miliardi.
Oltre a ciò, l’elevato costo dei biglietti (fino a 950 euro per la chiusura) e dei
pernottamenti (media di 1.800 euro a weekend) ha sollevato polemiche sull’accessibilità dell’evento.
Speriamo che alla fine non emergano episodi di corruzione e opere di scarsa qualità.
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14 febbraio 2026
(Pensierino per San Valentino)

La festa di San Valentino è un intreccio affascinante di riti antichi, leggende cristiane e tradizioni letterarie che ha trasformato un martire del III secolo nel simbolo globale del romanticismo.
In origine, il 14 febbraio era legato ai Lupercalia, arcaici riti romani di purificazione e fertilità che si tenevano a metà febbraio.
Nel 496 d.C., Papa Gelasio I decise di “cristianizzare” queste celebrazioni, istituendo la festa di San Valentino per celebrare l’amore consacrato dal matrimonio.
La figura storica principale è Valentino di Terni, un vescovo giustiziato a Roma il 14 febbraio per aver sfidato i decreti imperiali.
Esistono diverse versioni sul suo operato:
• Il matrimonio proibito: Si racconta che celebrò le nozze tra la cristiana Serapia e il centurione pagano Sabino, unendoli proprio mentre lei era in fin di vita
• Il miracolo della vista: Durante la prigionia, avrebbe ridato la vista alla figlia cieca del suo carceriere, lasciandole prima di morire un biglietto firmato “Dal tuo Valentino“
espressione ancora usata nei paesi anglosassoni.
• Il dono della rosa: Una leggenda popolare narra che il Santo riappacificò due giovani fidanzati che litigavano donando loro una rosa del suo giardino.
• Il primo biglietto d’amore: L’uso di inviare “valentine” risale al 1415, quando Carlo d’Orléans, prigioniero nella Torre di Londra, scrisse versi d’amore alla moglie chiamandola “la mia dolcissima Valentina“.
•Simbolismo del cuore: La forma classica del cuore usata oggi potrebbe derivare da antiche raffigurazioni di piante come il silfio, utilizzato dai romani come afrodisiaco.
Patrono di Terni: Le spoglie del Santo sono conservate nella Basilica di San Valentino a Terni, che ogni anno attira coppie da tutto il mondo per la “Festa della Promessa”.
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19 febbraio 2026
(Il diavoletto nell’urna)

In Italia è in corso un importante dibattito sulla riforma della magistratura, che porterà i cittadini alle urne a breve.
Infatti, il 22 e 23 marzo 2026 si terrà un referendum costituzionale confermativo sulla riforma dell’ordinamento giudiziario.
A differenza dei referendum abrogativi, non è previsto un quorum: il risultato sarà valido indipendentemente dal numero di elettori che parteciperanno.
I punti chiave della riforma sottoposta al voto includono:
- Separazione delle carriere: creazione di due CSM (Consigli Superiori per la Magistratura) distinti, uno per i magistrati giudicanti (giudici) e uno per quelli requirenti (pubblici ministeri).
- Sorteggio dei componenti del CSM: introduzione del sorteggio per la selezione dei membri dei consigli, con l’obiettivo di limitare l’influenza delle correnti della magistratura.
- Alta Corte disciplinare: istituzione di un nuovo organo costituzionale per i procedimenti disciplinari contro i magistrati.
Si ha un bel dire che il referendum non deve essere politicizzato.
Infatti, sebbene tecnicamente si tratti di una scelta sull’architettura dello Stato, è inevitabile che il voto assuma un valore di test per la coalizione di governo. Ecco come si intrecciano l’aspetto tecnico e quello politico
Perché il rischio “smacco” è concreto
► Aspetto politico: questa è una riforma d’iniziativa governativa
Una vittoria del NO verrebbe letta come una bocciatura diretta della linea politica del centrodestra.
► Assenza di Quorum: essendo un referendum costituzionale confermativo, il risultato è valido a prescindere da quanti andranno a votare.
Questo significa che la maggioranza non può “sperare” nell’astensionismo (come avvenuto in passato per i referendum abrogativi) ma deve convincere attivamente i cittadini.
► La “Personalizzazione” involontaria: anche se la Premier Meloni ha cercato di evitare l’errore di Renzi del 2016 (legare le dimissioni all’esito del voto), è difficile che una sconfitta su una riforma così strutturale non venga utilizzata dalle opposizioni per denunciare uno scollamento tra il Paese e l’esecutivo.
Nota di riflessione: la vera sfida per il governo sarà, dunque, riuscire a spiegare tecnicismi complessi (come il funzionamento dei due CSM) in termini di “beneficio quotidiano” per il cittadino, evitando che il voto diventi solo una conta tra pro e contro il governo
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26 febbraio 2026
(Passeggiando sul ponte che stona)

Sesto al Reghena – Ponte tra piazza Barbo e via Giotto
La pavimentazione del Ponte che collega piazza Cardinale Barbo con via Giotto di Bondone, nel cuore del centro storico di Sesto al Reghena (classificato tra i borghi più belli d’Italia) era in pietra.
In questo modo le pietre rompevano esteticamente, all’inizio e alla fine del Ponte, la monotonia del porfido della piazza e della via.
Durante i lavori, che due/tre anni fa hanno interessato il centro abbaziale, il Ponte è stato pavimentato con grossi cubi di porfido.
La foto in alto dice, più di ogni osservazione, quanto sia antiestetico e monocorde, rispetto a una selciato in pietra.
L’allora assessore comunale ai centri storici disse che la “Soprintendenza archeologia, belle arti e paesaggio” aveva dato il proprio benestare all’intervento e quindi andava bene.
Chi si è permesso di criticare ha preso dell’incompetente.
Sicuramente il lavoro, dal punto di vista strutturale e della solidità, è valido. Ma, aldilà dell’incompetenza tecnica, la valutazione concerneva l’aspetto estetico nel contesto di un centro storico di primaria importanza in quel territorio.
Peraltro non è detto, che se ben posate, le pietre non avessero uguale resistenza e tenuta.

Intanto, la bruttura c’è e resta.
Come rimediare?
Facendo rifare la pavimentazione in pietra a carico degli amministratori comunali che hanno realizzato quella antiestetica, monotona e monocorde in “porfidone”.
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09 marzo 2026
(San Francesco, discepoli ed eredità)

Il territorio del Friuli Venezia Giulia (e in particolare l’area pordenonese e udinese) custodisce un’eredità spirituale e civile francescana di straordinaria attualità attraverso le figure del Beato Odorico da Pordenone (1286-1331) e del Beato Marco d’Aviano (1631-1699).
In un’epoca, quella del 2026, segnata da tensioni geopolitiche globali, dalla crisi delle democrazie liberali e da un pragmatismo tecnocratico che spesso ignora l’istanza dei popoli, questi due “giganti” francescani offrono una bussola valoriale preziosa.
Mentre oggi l’ascesa delle potenze orientali viene spesso vissuta dall’Occi-dente con timore o in un’ottica di mera competizione commerciale, il Beato Odorico ci ricorda la via del dialogo culturale.
Viaggiando verso la Cina, solo un secolo dopo la morte di San Francesco, Odorico non si pose come un conquistatore ma come un osservatore attento
e rispettoso.
La sua capacità di interloquire con le culture asiatiche senza pregiudizi è la risposta storica a chi oggi vede nel “fare assoluto” dei potenti un motivo di divisione.
Odorico insegna che la vera ricchezza di un territorio non è solo nel PIL o nelle
infrastrutture ma nella capacità di integrare visioni del mondo diverse, ancorando lo sviluppo a valori di fratellanza che trascendono i confini nazionali.
Se Odorico rappresenta l’apertura, il Beato Marco rappresenta la custodia della consapevolezza.
Spesso ridotto dalla storiografia superficiale a “predicatore di crociate”, Marco d’Aviano fu in realtà un costruttore di pace e un difensore della dignità europea. La sua celebre preghiera a Vienna — “Tu lo sai, o Dio, noi non amiamo altro che la pace” — sottolinea che la pace non è la semplice assenza di guerra ma la salvaguardia di una libertà faticosamente conquistata.
In un 2026 dove il concetto di democrazia è sotto pressione, Marco ci ricorda
che l’identità europea non è un recinto chiuso, ma un patrimonio di riflessione filosofica e politica (da Socrate al Cristianesimo fino all’Illuminismo) che va difeso dal nichilismo e dall’autoritarismo.
Marco agiva come consigliere dei potenti (l’Imperatore Leopoldo I) ma
la sua forza risiedeva nel richiamare i regnanti ai loro doveri spirituali e morali verso la “gente comune”, contrastando quel fare disancorato dai valori supremi che ancora oggi caratterizza certi assetti di potere.
L’eredità di queste due personalità francescane suggerisce una strada per il territorio locale e per l’Europa intera: saper guardare a Est (Odorico) con curiosità e spirito di pace, cercando ponti laddove altri innalzano muri o
impongono dazi mentali.
Riscoprire le radici (Marco) non per escludere ma per avere la forza etica di difendere i diritti umani, la libertà e la democrazia, beni che non sono
“pragmatici” nel senso materiale ma che permettono all’umanità di restare tale.
In definitiva, Odorico e Marco ci insegnano che il territorio non è solo un perimetro geografico, ma una sorgente di pensiero universale capace di contestare l’arroganza dei potenti e riportare al centro la volontà dei popoli e lo spirito dell’uomo.
Saranno celebrati, soprattutto a Pordenone, contestualmente all’ottavo centenario del transito di San Francesco d’Assisi, in quest’anno propedeutico a Pordenone capitale della cultura 2027.
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24 marzo 2026
(L’ultima parola)

La vittoria del NO non è solo un dato tecnico ma un segnale politico profondo inviato dai cittadini.
Nonostante una campagna elettorale dai toni viscerali, l’affluenza registrata rappresenta un’ottima notizia: dimostra che gli italiani hanno a cuore la propria Costituzione e che il tema della giustizia non è percepito come distante ma come un pilastro fondamentale dell’interesse comune.
Dalle urne emerge però il ritratto di un Paese spaccato esattamente a metà.
Questa polarizzazione deve far riflettere la classe dirigente: una riforma di tale portata non può dividere l’Italia in due blocchi contrapposti.
Il messaggio della maggioranza dei cittadini è chiaro: la Costituzione va applicata, non stravolta.
Gli elettori hanno bocciato non solo il merito, ma anche il metodo della riforma
- Contro l’arroganza del potere: il voto esprime una volontà di ribellione contro chi, forte di una larga maggioranza parlamentare, ha cercato di agire senza un reale ascolto;
- Basta “mani libere”: i cittadini hanno detto basta ai politici che cercano di svincolarsi dai pesi e contrappesi democratici. Vincere le elezioni non significa poter comandare in modo assoluto ma avere il dovere di ascoltare il Paese;
- Un richiamo al dialogo: per vincere sfide così complesse è necessario parlare alla “testa” degli elettori, con argomenti solidi e condivisi, e non solo alla “pancia”
In conclusione, quando il popolo si esprime con tale chiarezza, il “Palazzo” ha l’obbligo morale e politico di fermarsi e ascoltare.
La difesa della Carta prevale sulla volontà di potenza di una singola fazione, ribadendo che la sovranità appartiene ai cittadini e non ai soli numeri parlamentari.
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11 aprile 2026
(Non tutti meritano le buone maniere)

Torsazzo, l’abbiamo detto più volte, è il nostro opposto.
Lui è ligio alle regole, cerca sempre la soluzione pacifica, non pianta casini.
E’ anche altruista, si dà da fare se ci vede impicciati con qualcuno, come nel noto (per chi ci segue) caso del comune del NordEst cui abbiamo riservato addirittura una pagina sul nostro sito.
Quindi ci consiglia una serie di azioni di fronte al silenzio ostentato da quella amministrazione comunale a una nostra semplicissima e innocua domanda ossia se sa cos’è una grande antenna sorta improvvisamente in un giardino privato, in mezzo ad altre case.
Finora, lo ripetiamo da tempo, nessunissima risposta da quel beneamato ente.
Leggiamo allora cosa dice al riguardo Torsazzo
Se il Sindaco o l’amministrazione comunale non rispondono a una istanza formale entro i termini di legge (solitamente 30 giorni), ci sono a disposizione diverse strade, dalla sollecitazione bonaria alle vie legali.
Ecco i passaggi principali che si possono seguire:
- Azioni amministrative e di controllo
•Diffida formale: Inviare una comunicazione tramite PEC o raccomandata A/R in cui si sollecita una risposta entro un termine preciso (es. 10 giorni), citando la precedente richiesta;
•Difensore Civico: se previsto, ci si può rivolgere al Difensore Civico. È una figura gratuita che interviene per sollecitare l’amministrazione inadempiente e garantire la trasparenza;
•Responsabile della Trasparenza: In caso di mancata risposta a un’istanza di accesso agli atti , presentare una richiesta di riesame al Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza del Comune. - Azioni legali
•Ricorso al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale): se il silenzio persiste,
agire contro il cosiddetto “silenzio-inadempimento”. Il giudice può ordinare al Comune di rispondere e, se necessario, nominare un commissario che agisca al posto dell’amministrazione;
•Esposto in Procura: nei casi più gravi, se la mancata risposta configura
un’omissione di atti d’ufficio (art. 328 c.p.), valutare la presentazione di un esposto, sebbene questa sia una strada complessa che richiede la prova di un rifiuto indebito di un atto che deve essere compiuto senza ritardo per ragioni di giustizia o sicurezza. - Strumenti di partecipazione
•Interrogazione consiliare: Contattare un consigliere comunale (preferibilmente di opposizione) affinché presenti un’interrogazione ufficiale. Il Sindaco è obbligato per legge a rispondere alle interrogazioni dei consiglieri entro tempi brevi;
•URP (Ufficio Relazioni con il Pubblico): Verificare presso l’URP lo stato della
pratica; spesso il ritardo è dovuto a problemi burocratici interni piuttosto che a una volontà politica.
Si precisa che non esiste un obbligo per il Sindaco di rispondere a semplici
segnalazioni informali o lettere aperte se non configurate come istanze formali regolarmente protocollate.
Ok, ragioniamo su questi saggi consigli.
Anzitutto siamo debitori verso Torsazzo perché ci ricorda che non siamo nell’Età della Pietra, non possiamo risolvere le cose a botte e sassate.
Però non possiamo neanche andare contro la nostra natura, che è quella di non farci prendere per il culo da qualcuno solo perché è il “capo del paesello” del cazzo e ogni tanto è bardato dalla fascia tricolore, che fa tanto glamour negli eventi chic.
Siamo abbastanza scafati da capire che se ne stanno ermeticamente zitti solo per provocarci e sperare che li diffamiamo, così ci faranno l’ennesima denuncia con cui il Sistema, che li ha prima partoriti e poi sostenuti, ci romperà le palle come sta facendo da almeno dieci anni.
Ma non c’è bisogno che lo/li insultiamo, basta osservare la loro inerzia strafottente per capire con chi abbiamo a che fare.
La loro unica capacità è rompere le palle e meglio ancora se un altro lo fa al posto loro: si risparmiano la fatica e si godono lo spettacolo.
Non hanno il coraggio di parlarti guardandoti negli occhi ma di accoltellarti alle spalle, quello sì.
E neanche si accorgono che non stanno sputando in faccia a noi, che in fondo siamo degli estranei, ma a loro concittadini che dopo averli votati si rivolgono a noi perché evidentemente hanno timore di quelli che hanno votato!
E con gente simile noi dovremmo usare le “buone maniere”?
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25 aprile 2026
(La Resistenza silenziosa)

Questo è il post rifiutato da Facebook
Il “nostro “ Torsazzo ha recuperato e dedica al 25 aprile un documento particolare.
A novembre 1980 monsignor Pietro Nonis (chi era costui?) firmava infatti l’articolo più sotto riportato.
Quarantacinque anni non ne hanno scalfito l’attualità.
Vero, riguarda una questione locale, piccina piccina, insignificante rispetto a problemi e tragedie del mondo e del quotidiano.
Usa un tono pacato, neanche una parola sopra le altre.
Non parla di politica ma ragiona sulla natura della politica.
E, tra le righe, in modo quasi invisibile, condanna i tradimenti.
Non è un sussurro dal passato,
solo un invito a non generare mostri
di cui siamo già pieni.
Questo è l’articolo completo, senza tagli o modifiche: evidentemente è per questo che oggi viene censurato altrove.
————————————————-
Al comune di Sesto al Reghena si ripete in piccolo, se abbiamo capito, un fenomeno di “milazzismo”.
Milazzo era quel tale democristiano, scomparso presto dalle cronache, che preferì allearsi coi comunisti e con non so chi altro, pur di governare.
Come si vede da ciò che succede a Roma, ad avvantaggiarsi delle divisioni democristiane sono sempre “gli altri”, ai quali non par vero di far dimenticare le magagne di casa propria esasperando quelle del partito di maggioranza.
Dio ci guardi dall’entrare nelle diatribe interne dei partiti e ci guardi ancora di più dal voler mettere in naso nelle questioni municipali di Sesto, comune a noi tutti troppo caro perché restiamo indifferenti alle sue magagne.
Non siamo competenti di alchimie correntizie e da decenni speriamo di essere guariti da quella malattia infantile che si chiama campanilismo.
Ma il caso di Sesto ci preoccupa.
Dimostra che non è necessario andare a Roma per constatare a che guasti si va incontro quando le correnti prendono il posto degli ideali e le persone, come certe bottiglie, valgono più per l’etichetta che per il contenuto.
Conosciamo molti uomini che fanno politica anteponendo il bene della comunità al proprio interesse e onorano con una condotta integra l’ispirazione ideale del partito nel quale militano.
Essi hanno tutto il nostro rispetto: mostrano, quando è il caso, di non aver portato il cervello all’ammasso e di possedere, in ogni caso, una coscienza dignitosa e netta, che li fa capaci di superare i personalismi o di mettersi in disparte quando pensano che ciò sia utile al bene comune.
Non sono tra questi democristiani coloro che pur di governare sono capaci di allearsi con chiunque.
Le popolazioni di Sesto hanno il diritto di essere amministrate da coloro a cui hanno dato la maggioranza dei voti.
Ma costoro hanno il dovere di dare la precedenza assoluta, per governare bene, a ciò che unisce, non a ciò che divide.
A ciò che unisce gli amici agli amici, anzitutto.
Dividersi dagli amici e unirsi ai non-amici, pur di governare, è semplicemente deplorevole, per non dire scandaloso.
Proprio perché è un partito popolare, la Democrazia cristiana deve rispondere, anzitutto, alle attese della popolazione.
E se quest’ultima è composita, il gruppo degli eletti deve tendere a comporre le divisioni più che ad esasperarle.
Noi non entriamo nel merito delle faccende, passate ed attuali, che rischiano da un lato di contrapporre parti diverse della popolazione e dall’altro d’indurre uomini, che pur si dicono uniti dalla medesima ispirazione ideale, a contrapporsi come avversari, se non a comportarsi come nemici.
Vorremmo, semplicemente, che a Sesto tornasse la concordia.
Mentre da Roma, e da troppe altre parti, giungono segnali allarmanti di crisi sovrapposte lanciate da chi sotto sotto ha interesse a vedere umiliato e diviso il partito di maggioranza relativa, qui da noi sarebbe un vero peccato se tutti coloro che possono operare per la riconciliazione e l’unitaria assunzione di responsabilità civiche non si dessero da fare in ogni modo per sanare le divisioni, cucire le ferite slabbrate, impedire che mali per sé guaribili degenerino in cancrena.
Non abbiamo da difendere interessi che non siano la pace sociale delle nostre comunità.
Non facciamo parte di nessuna sinagoga.
Pensiamo, semplicemente, che sarebbe imperdonabile deludere chi ha il diritto di essere ben governato avendo ben votato o tacere di fronte a chi crede che governare significhi anzitutto comandare e pur di comandare di mostri disposto a rompere i patti, lasciare gli amici, andare con chiunque, non si sa dove.
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10 giugno 2026
(Mondiali 2026, Italia protagonista. Nel villaggio vacanze)

La Nazionale italiana di calcio fuori dai Mondiali
L’assenza della Nazionale italiana ai Mondiali di calcio per la terza volta consecutiva non è più una coincidenza ma il sintomo evidente di una crisi strutturale profonda.
Mentre il pianeta si prepara a celebrare la festa del calcio, l’Italia si ritrova ancora una volta nel ruolo di spettatrice malinconica, costretta a riflettere sui propri errori istituzionali e generazionali.
Il problema strutturale del calcio italiano
L’esclusione della Nazionale nasce da radici profonde che affondano nei settori giovanili e nella gestione del talento.
Mancanza di coraggio: i club della Serie A preferiscono spesso l’usato sicuro o lo straniero low-cost rispetto al lancio di un giovane del vivaio.
Ostracismo generazionale: la pressione immediata per il risultato economico impedisce agli allenatori di dare continuità ai ragazzi, bloccandone la crescita nei club di prima fascia.
Riforme dei vivai carenti: le strutture di formazione italiane soffrono di un gap metodologico e infrastrutturale rispetto a modelli virtuosi come quello francese, spagnolo o tedesco.
I segnali di speranza dalle amichevoli: nonostante il quadro generale sia cupo, i recenti test contro Lussemburgo e Grecia hanno mostrato segnali di vitalità.
Talento grezzo: il campo ha confermato che la qualità tecnica e la passione nei ragazzi italiani non sono svanite.
Nuova linfa: i giovani schierati hanno dimostrato personalità, freschezza atletica e una fame agonistica che spesso è mancata ai senatori nelle partite decisive di qualificazione.
Necessità di fiducia: queste prestazioni dimostrano che il materiale umano esiste; serve solo il coraggio politico e tecnico di schierarlo stabilmente anche nei match che contano.
Il riscatto italiano negli altri sport: se il calcio piange, lo sport italiano vive un’epoca d’oro grazie ad altre discipline che stanno dominando la scena internazionale.
Il tennis mondiale: i tennisti azzurri, guidati da campioni straordinari, hanno portato l’Italia stabilmente ai vertici delle classifiche mondiali, regalando gioie storiche nei tornei del Grande Slam e in Coppa Davis.
Il fenomeno Kimi Antonelli: la Formula 1 ha trovato nel giovanissimo pilota italiano un talento purissimo, capace di riaccendere l’entusiasmo dei motori e di proiettare il tricolore verso il futuro del motorsport.
Cultura del merito: questi successi dimostrano che quando il sistema sportivo italiano investe sui giovani con programmazione, strutture e fiducia, i risultati mondiali arrivano inevitabilmente.
Il calcio italiano deve prendere esempio proprio dal tennis e dall’automobilismo: smettere di vivere di ricordi e iniziare a dare spazio, tempo e fiducia ai propri talenti di domani.
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09 agosto 2026
🇮🇹 + 🇺🇲
(Ci serve riduzione / We Need Reduction)

Il nostro collaboratore Torsazzo dice due parole sulla sua idea di politica giusta ed efficiente.
Parla dell’Italia ma vale per tutto il mondo (o quasi)
Our contributor Torsazzo shares a few thoughts on his vision of fair and efficient politics.
He talks about Italy but presents ideas that apply to (almost) the entire world
| In democrazia, lo diceva già Aristotele, si governa a turno. Ecco perché nell’antica Grecia la “polis” rinnovava ogni anno la propria classe dirigente. Ed ecco perché la Costituzione e le leggi pongono limiti temporali all’esercizio del potere. Ad esempio, in linea di generale, non più di due mandati consecutivi per i sindaci. Siamo un Paese incapace di fare riforme strutturali. Vale a tutti i livelli di governo, anche quello locale. Perché, soprattutto nei comuni minori, la prolungata gestione del potere porta all’immobilismo. Sicuramente l’elezione diretta del sindaco conferisce allo stesso più potere, ma a questo dovrebbe seguire la facoltà di costituire la propria giunta composta non da consiglieri comunali ma solo da persone scelte fuori dal consiglio, per consentirgli anche maggior stabilità e governabilità. Infatti si preferisce il rinvio dei problemi rispetto alla loro soluzione, per favorire gli equilibri interni tra le diverse posizioni in giunta e questo comporta una perdita di efficienza. In questo modo, molte delle “grandi” scelte non vengono chiaramente definite, né concretamente attuate. Serve uno sforzo collettivo capace di superare incrostazioni, modi vecchi di concepire ruoli di amministrazione che usano il potere per mantenere consenso e il modo di fare opposizione che spera nell’incapacità di chi governa. Sono concetti universali che ben si attagliano anche alla realtà nostrana nella quale, per cambiare profondamente la modalità di fare politica, forse non resta che cambiare anche le persone riducendo (come fatto per il Parlamento nel 2022), nel contempo, il numero di consiglieri e assessori. Non solo per una questione di costi, ma altresì di funzionalità dei rispettivi consessi . E non si venga a dire che ne soffrirebbe la rappresentatività territoriale, quando si sa benissimo che le decisioni vengono normalmente prese da pochi “intimi”. Per essere credibili bisogna dare dei segnali concreti e questo può esserlo. Perché il numero degli amministratori, in particolare degli assessori comunali, non può essere solo funzionale al clientelismo politico. | The philosopher Aristotle said that governments must take turns in power. And in fact, that’s what they did in ancient Greece. For this reason, the Italian Constitution limits the term of office for all types of government, including at the local level. However, Italy is unable to carry out real reforms. The problem of a lack of turnover among mayors primarily affects small towns, which, it is true, directly elect their mayor, but the mayor, in turn, surrounds himself only with council members from his own political party. The problem of a lack of turnover among mayors primarily affects small towns, which, it is true, directly elect their mayor, but the mayor, in turn, surrounds himself only with council members belonging to a small circle of politicians. This approach hinders efficiency because—in order to maintain a balance among various political interests—leaders prefer not to address the issues. Society can no longer afford the luxury of politicians using their power to maintain public support, nor can it afford for the political opposition to rely solely on the incompetence of those in power. In 2022, Italy significantly reduced the number of members of parliament; now this must also be done at the local political level. A reduction justified not only by cost savings but also by increased efficiency. And let no one say that doing so would diminish the region’s political representation: only the naive are unaware that the real decisions are made by a very small number of leaders. To be credible, we need to send concrete signals, and this could be one of them. Because it doesn’t make sense for the number of public officials—especially city council members—to depend on the needs of politicians. |
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